3277

Location
per eventi

14518

Sale
meeting

343

Agenzie
e servizi

11513

Articoli
e recensioni

Felicità in azienda: arriva il chief happiness officer, anche per gli eventi

Felicità in azienda: arriva il chief happiness officer, anche per gli eventi

Negli Stati Uniti è un già un trend che coinvolge big del calibro di Google e Zappos. Anzi diciamo pure che il trend l’hanno lanciato proprio questi big e che ora al di là e al di qua dell’oceano sono già tante le aziende che non possono più fare a meno del CHO, il chief happiness officer.

Di cosa si tratta?

Di un ruolo aziendale tutto nuovo, di una figura professionale che si occupa della ‘felicità’ dei dipendenti e che tra i suoi strumenti più efficaci ha proprio incentive, team building e soprattutto eventi.

Il tutto si basa naturalmente sulla nota teoria secondo la quale a lavoratori felici equivalgono lavoratori più efficienti. La conseguenza logica di questo assunto è che l’azienda avrebbe tutto l’interesse a rendere i propri dipendenti felici, in termini di qualità del lavoro e di aumento della produttività.

Secondo una ricerca effettuata dalla quotata agenzia McKinsey, il 58% delle aziende di tutto il mondo sta investendo per aumentare la propria produttività. Tendenza confermata da Insead (la francese Business school of the World), secondo la quale 9 imprese su 10 avrebbero dichiarato come la produttività sia tra le loro priorità nei prossimi cinque anni.

 Ma dipendenti e manager devono essere felici di cosa? Beh, innanzitutto di alzarsi al mattino e di recarsi al lavoro.

Ricardo Semler, Ceo della brasiliana Semco Partners e guru della felicità in azienda, nel suo best seller “The seven day weekend” sostiene che i dipendenti e i manager non dovrebbero più ‘soffrire’ la differenza tra giorni lavorativi e il tempo libero nel fine settimana: tutto dovrebbe essere fluido, piacevole, integrato, come se lavorare e divertirsi siano due facce della stessa medaglia, e i confini tra lavoro e vita privata potessero essere sfumanti fino a confondersi.

L’ufficio come un parco dei divertimenti dunque? Non esattamente, perché ci sono anche i critici della ‘felicità in azienda’, quelli cioè che temono l’effetto “grande fratello”. In alcune realtà i dipendenti per esempio sono stati obbligati per un certo periodo a prendere una pausa di 15 minuti davanti alla macchina del caffè in tempi prestabiliti per favorire la socializzazione con i colleghi.

L’imposizione non ha funzionato, anzi al contrario pare abbia sortito l’effetto contrario: dipendenti si sentivano osservati, giudicati, obbligati e per niente felici.

Ma in che modo il CHO si occupa di eventi? La risposta viene da Alexander Kjerulf, cofondatore di WooHoo in Danimarca, consulente per la ‘felicità’ di colossi del calibro di Ikea e Lego, che di recente ha spiegato in un articolo uscito sul sito del quotidiano inglese The Guardian come eventi celebrativi, corsi di formazione, incontri di diverse tipologie all’interno o fuori dall’azienda siano uno degli strumenti più efficaci per rendere felici i dipendenti, soprattutto se attraverso questi eventi si riesce ad esplicitarne gli obiettivi tanto da rendere i lavoratori e i manager consapevoli e responsabili. 

Per ora, sono soprattutto le multinazionali ad aderire a questo modello e a dotarsi di una figura professionale come il CHO. In queste aziende di norma la felicità parte dal concept degli uffici stessi, molto colorati e  allegri. In generale, non si può dire che questo ruolo sia ancora molto diffuso, anzi si potrebbe anche affermare che i CHO nel mondo siano pochi, ma tutti 'famosi', come Jenn Lim  (Zappos), Chade-Meng Tan (Google, definizione al momento: Jolly Good Fellow, quello della cantilena 'Perché è un bravo ragazzo'), il già citato Alexander Kjerul e  Christine Jutard (della azienda francese di tessuti Kiabi).
 
Ma al di là del ruolo in sé, sono sempre più le aziende che in qualche modo ne adottano la 'filosofia', e la felicità dei dipendenti sta sempre più a cuore delle imprese. Meeting planner, prendete nota.