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Essere motivati sul lavoro: esercizi pratici per il meeting planner

In qualsiasi periodo della vita, e in particolare quando si fa lo stesso lavoro da anni, magari da decenni, può capitare di perdere la motivazione. Di ritrovarsi senza capire qual è il senso di quello che facciamo, se tutto questo correre avanti e indietro, portare a compimento i cosiddetti task (compiti giornalieri) oppure rimandarli al giorno dopo per poi essere costretti a recuperare, abbia davvero un senso.

Può capitare anche nel caso di un meeting planner che deve organizzare minuziosamente ogni cosa affinché un evento abbia il successo. Certo, c’è l’eccitazione di pianificare magari qualcosa di diverso o di introdurre un particolare di volta in volta, o ancora di provare quel nuovo tool, lavorare con un nuovo team, vedere che l’evento è andato bene, ha portato gente e tanto altro ancora. Eppure a volte questo non basta.

E allora, quando si hanno le pile scariche o ci si ferma a chiedere se “ne valga davvero la pena”, possono venire incontro un articolo e un video del TEdX (dove TED sta per Technology, Entertainment e Design, acronimo che indica il ciclo di conferenze ispirazionali che si tengono più volte all’anno in moltissime parti del mondo) e soprattutto un libro scritto da Leah Weiss, ricercatrice e allo stesso tempo insegnante di meditazione. Il testo, uscito l’anno scorso, ha un titolo molto significativo: “How we work, Live your purpose and embrace the daily grind” che suona più o meno così: “Il modo in cui lavoriamo. Vivi il tuo scopo e abbraccia la tua quotidianità”.

In questo articolo, prendiamo spunto da alcuni suoi consigli.

Considera il lavoro come una “chiamata” e come parte di qualcosa

Leah Weiss racconta un esperimento condotto da una ricercatrice della Scuola di Management dello Yale, Amy Wrzesniewski, che aveva intervistato varie persone durante lo svolgimento del proprio lavoro e in particolare si era soffermata a parlare con gli inservienti di un ospedale. Questi, le avevano detto, vedono il lavoro come qualcosa che va oltre il semplice pulire: una professione con una componente importante, quella di supportare la guarigione dei pazienti. Sì, di primo acchito potreste rispondere che non è così perché il lavoro di un inserviente non è, forse, paragonabile a quello di un chirurgo.

Eppure se pensate al disgustoso stato in cui versano gli ospedali (ricordate la vicenda dell’ospedale di Napoli e degli scarafaggi?), vi renderete conto che la loro affermazione è vera, e tutt’altro che scontata: qualsiasi operazione ben riuscita rischia di vanificarsi se la degenza è in luogo dalle condizioni igienico-sanitarie tutt’altro che sicure.

Spesso si fa l’errore di pensare che soli certi lavori possano “avere una missione”, che questa sia una prerogativa solo di chi salva le vite umane o ha grandi ruoli dirigenziali. Certo, ogni lavoro ha un’importanza diversa, ma se ci riflettete, se si sente il proprio lavoro come una “chiamata”, nel proprio piccolo, ognuno può rendere il mondo un posto migliore. Ecco perché, secondo Weiss, bisognerebbe trovare dei modi per rendere la propria visione presente… e allargata. Come? La ricercatrice sostiene che dovremmo “immaginare”.

Quando ci svegliamo la mattina o la domenica sera quando pensiamo alla settimana lavorativa che dobbiamo affrontare, anziché soffermarci sulle scadenze, sull’evento che si terrà a breve, dovremmo pensare a come questo si inserisce in un quadro più grande. Che sia la motivazione che ci ha portato a fare quel lavoro, che sia l’essere noi un pezzo importante all’interno dell’azienda (ricordatelo: un evento non è solo un evento, ma contribuisce a far crescere un’azienda, a renderla più stabile, a creare lavoro), che sia il dare vita a nuove tendenze, qualunque cosa sia, dovremmo sempre tenerlo presente.

Cambiare prospettiva – e farlo davvero – aiuta a ritrovare la motivazione. 

Prendi nota di quello che stai facendo

Certo, il “vale la pena” che ci sta dietro un lavoro è sempre molto personale. Per alcuni il senso del proprio lavoro può essere di tipo economico, per altri conta l’”appartenenza”: sentirsi parte di qualcosa, magari di un team che sta portando avanti un progetto diverso dal solito o con cui ormai si lavora bene. O può essere un mix di quello che abbiamo appena scritto: tutto questi possono essere motivi per alzarsi dal letto.

Quello che suggerisce la ricercatrice è, quando ci sentiamo esauriti per via dello stress e dei molteplici impegni, quando quello cui pensiamo è solo la quotidianità (il che, se ci fate caso , ci dà la sensazione che il tempo passi troppo in fretta), quando siamo tormentati dalle to do list, senza notare come ci sentiamo rispetto a quello che stiamo facendo, è utile fermarsi e soffermarsi.

Spostare la prospettiva non sul compito da portare a termine o meglio partire da quello e pensarlo prima come compito in sé, poi come parte di un lavoro, ancora come un “pezzo” della propria carriera e di conseguenza come “chiamata”, ossia la motivazione più profonda che ci ha portato a fare quello che facciamo.

Si può partire selezionando un compito imminente sulla propria agenda o Google Calendar, o iniziando con il partecipare a una riunione o il fare una presentazione. Weiss suggerisce di annotare come ci sentiamo rispetto a questi compiti, che sensazioni ci danno, capire quanto sono in linea con quello che è il “nostro scopo superiore”.

Il consiglio è di farlo per una settimana e poi rivedere gli appunti. Se c’è qualcosa che non va, che ci allontana dal nostro scopo ultimo, è su quello che dobbiamo lavorare. Se non facciamo così rischiamo di non vedere mai quello che nel nostro profondo ci stressa e pensare che siano solo le incombenze quotidiane.

Ispirati a persone che ammiri. Sul lavoro e non solo

In alternativa, o anche insieme a quanto suggerito finora, la ricercatrice dà anche un altro consiglio: quello di individuare persone che ammiriamo, vedere cosa ci piace di loro e riportare queste caratteristiche ai nostri valori. La persona “ispiratrice” può essere chiunque, vederla mentre porta avanti qualcosa che è connesso a noi stessi, avrà in un certo senso un’influenza positiva anche sul nostro io più profondo.

Non deve essere per forza un personaggio famoso o che non conosciamo dal vivo, ma anche un collega o un manager. Non deve essere neanche perfetto, quello che ci interessa, dice la ricercatrice, è il concentrarci solo sulle qualità che ammiriamo. Anche perché nella metafora buddista, la persona a cui guardiamo funziona come “uno specchio del nostro io migliore”.

Questi sono solo dei suggerimenti per avere una visione chiara di quello che si è e dove si sta andando. Sicuramente un buon punto di partenza, da cui iniziare oggi stesso.