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Il potere delle parole nella comunicazione e negli eventi. Intervista a Vera Gheno, sociolinguista

Il potere delle parole nella comunicazione e negli eventi. Intervista a Vera Gheno, sociolinguista

Briffare, matchare, skillare ecc… quante volte, cari meeting planner, pronunciate queste parole mentre organizzate il vostro evento? Se vi sentisse Michele - il Nanni Moretti del film “Palombella rossa” - sicuramente storcerebbe il naso e vi ammonirebbe, urlando, con la frase che ha reso famosa la scena in cui parla con una giornalista: “Le parole sono importanti!” (ecco il video per i più curiosi). 

Eppure, al giorno d’oggi, gli atteggiamenti nei confronti delle parole e in generale della nostra lingua sono i più disparati specialmente da parte di chi si occupa di comunicazione. E un evento è il massimo della comunicazione, anzi, come diciamo spesso, è una summa di contenuti.

Ma dobbiamo trattare con repulsione chi usa l’inglese o italianizza le parole che vengono dal mondo anglosassone o capire se è il caso di usarle a seconda della situazione? E come comportarci nei confronti di chi sbaglia a parlare, che sia magari un collega o, cosa peggiore, un “superiore”? “Punirlo” a priori o capire se “ha fatto del suo meglio”? E ancora: dare per scontato che le parole che usiamo, specie negli eventi, siano comprese da tutti o forse scegliere un termine di più facile accezione e che ci faccia raggiungere il nostro obiettivo? 

Non ci sono regole perentorie, questa è forse la sola regola, perché la lingua è in continua evoluzione, eppure le parole hanno un potere, anzi dei poteri enormi, pertanto bisogna saperle usare nel modo e al momento giusto. Anche perché “Ognuno di noi è le parole che sceglie”, come si legge sulla quarta di copertina del libro “Potere alle parole” (Einaudi) scritto da Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, molto nota per l’altro anche sui social media. Con lei cerchiamo di fare una riflessione a tutto tondo sul modo in cui comunichiamo ogni giorno.

Perché scrivere un libro simile? A quale esigenza in particolare risponde?

Con l’italiano e le parole lavoro da tantissimo tempo. In pratica da 20 anni accumulo non solo informazioni, ma soprattutto esperienze di quello che le persone pensano della loro lingua. Ho lavorato per un lungo periodo nella redazione linguistica della Crusca, di cui seguivo anche il canale Twitter, e nel rispondere alle domande che la gente ci poneva, è venuta fuori in particolare una cosa su tutte: ognuno è convinto che quello che ha detto la sua maestra, riguardo alla lingua italiana, sia vero, intoccabile. Ed è pronto a difenderlo. Eppure, visto che sono anche docente, ho ben presente che chiunque, a qualsiasi livello, anche accademico, possa sbagliare. 

Per altro, la conoscenza linguistica è un po’ frattale, quando smuovi qualsiasi cosa smuovi un piccolo mondo. Nessuno sa tutto tutto. E questo capitava anche a Tullio De Mauro (linguista e accademico italiano, ndr) che, quando aveva un dubbio, a volte rispondeva: “Devo andarlo a vedere”. Più che per un’esigenza, ho scritto questo testo come una lettera d’amore che a un certo punto senti di scrivere, anche per mettere nero su bianco delle esperienze vissute, oltre che per ricordarle. A questo si è sovrapposto il fatto che ho lasciato la Crusca dopo 20 anni, mentre chiudevo questo libro si chiudeva dunque una fase della mia vita. È un testo, in un certo senso, della maturità: ho sempre lavorato alle dipendenze di altri (enti) e così mi sono detta “Butto già una mia versione".

Tornando al titolo del libro, quale potere o quali poteri hanno le parole?

Intanto, hanno il potere di renderci umani, essendo noi gli unici esseri che hanno il potere della parola. Lo siamo grazie e per via delle parole. Le parole poi possono rendere felice una persona o distruggerla. Inoltre, quando ricopriamo determinati ruoli sociali - giudici, poliziotti ecc.. - le parole hanno il potere di fare accadere le cose. Un giudice può mandare qualcuno in carcere, un medico può dichiarare la morte e, senza quella sua dichiarazione, è come se quella persona non fosse morta. Hanno pertanto un potere immenso che, siccome impariamo precocemente a leggere e scrivere, diamo per scontato. Lo possiamo vedere online giorno dopo giorno e vedere come a volte vengano travisate. 

Quanto conta, come dice nel libro, il fatto che ci sia gente che parli o scriva male? In alcuni casi, come lei scrive, ci sono persone che, per grado culturale, sbagliano ma hanno comunque fatto del loro meglio. Nel mondo della comunicazione e di chi organizza eventi, a suo avviso, possiamo dire che ci sono più persone che fanno errori consapevolmente o che, pur commettendoli, "fanno del loro meglio"?

Secondo me, chi lavora nel mondo della comunicazione non può limitarsi a fare del proprio meglio. La comunicazione è un mestiere, è una cosa seria, non si può prescindere dall’armonizzazione e dal dare uguale importanza al contenitore e al contenuto. A volte vedo delle filiere in cui si investe molto sulla brochure, sul lettering e poi c’è un perchè scritto così (va messo sempre l’accento acuto, pertanto la grafia corretta è perché, ndr). Questo solo per fare un esempio, ma chi fa comunicazione ha anche una responsabilità nei confronti del suo pubblico. Molta gente si rispecchia in quello che vede in ambito comunicativo e mediatico e lo fa anche per avallare un errore. Il parametro “ha fatto del suo meglio” è accettabile solo per i principianti. 

Non dimentichiamolo: c’è molta responsabilità in un errore e secondo me quando si pensa all’atto comunicativo, bisogna pensare anche alla sua forma. Se la lingua è un codice, devi essere sicuro del prodotto finale che “butti fuori”. L’ignoranza non è ammessa.

Certo, sarebbe bello che ci fosse una divisione dei ruoli tale da evitare l’errore e dal garantire la responsabilità per ogni frammento della comunicazione o dell’organizzazione dell’evento, ma non è così. Bisogna comunque ricordare che a farne le spese, quando ci sono errori, in primis sono i brand.

Nel mondo degli eventi, si tende molto a usare parole come brief, debrief, planning: sono a suo avviso parole comuni in cui significante e significato sono sulla stessa lunghezza d’onda o spesso questo porta a dei fraintendimenti?

Ho la sensazione che sia un rifugio per darsi un tono. A volte vengono usate un po’ per snobismo, come dire: non basta l’italiano. Non ho nulla contro gli anglismi, ma ho delle perplessità riguardo a quelli usati in questo modo. L’uso della lingua non è mai avulso da questioni socio-culturali. Qualunque lavoratore di certi settori specifici ricorre a certe forme linguistiche per rimarcare l’appartenenza a quel mondo. Un esempio: io sono una copywriter milanese e uso un gergo dei copy milanesi, così come fanno gli avvocati. A ogni modo, è da secoli che noi comunichiamo così. C’è una specie di arrocco, solo che nel passaggio dalla comunicazione endoriferita (verso i miei simili) ad esoriferita (verso gli esterni) rischio un fraintendimento. Se io parlo con te e tutte e due sappiamo a cosa mi riferisco, va bene, viceversa si rischia di non comunicare. 

Possiamo dare un consiglio pratico per evitare tutto questo?

Il consiglio che posso dare è quello di Francesco Sabatini nel suo “Lezioni di italiano” (Mondadori): quando ti viene da pronunciare una parole in inglese, intanto assicurati di saperla scrivere e dire in maniera corretta e poi vedi se c’è una parola italiana che possa esprimere lo stesso concetto, chiediti insomma “Questa parola mi serve davvero?”. In espressioni come reason why, know how, l’alternativa in italiano c’è e nel non sceglierla c’è sicuramente un po’ di snobismo. Se invece l’anglismo serve davvero, ben venga. Vedi per esempio screenshot che potremmo sostituire con “istantanea dello schermo”, ma forse non sarebbe così sintetica e funzionale.

Nel libro parla di “influencer linguistici” e negli eventi spesso gli influencer sono fondamentali per la loro diffusione prima, durante e dopo. Per coinvolgere persone, generare conversazioni, attirare l’interesse. A suo avviso quanto nella scelta di questi divulgatori dovremmo prestare attenzione a come si esprimono e al loro vocabolario? 

Secondo me se dipende molto dal target a cui vuoi arrivare e bisogna fare attenzione affinché non diventi una sorte di élite. Se voglio agganciare i ragazzi, prendo sicuramente qualcuno che parla il gergo giovanile. Non solo sul vocabolario, quindi, ma rifletterei anche su quanto la persona che sto scegliendo sia brava a comunicare, su quanta familiarità abbia con la lingua. A mio avviso, la capacità di comunicare dovrebbe entrare come parametro da considerare nella scelta dell’influencer perché, per quanto questo possa essere “figo”, se comunica male rischia di dare un disservizio a chi ha richiesto i suoi servigi.